Quando qualcuno mi chiede “perché corri?”, una delle risposte in cima alla mia classifica è “per gareggiare”.
Lungi da me competere con le top runner: il loro passo medio che non arriva al 4 al chilometro è sull’olimpo dell’ammirazione irraggiungibile.
Ma, nei limiti delle mie possibilità, mi piace mettermi in gioco, cercare di alzare l’asticella, vivere l’adrenalina dello start e la gioia dell’arrivo. La gara per me è l’obiettivo, il giorno che dà senso e attorno a cui ruota tutto: allenamenti, albe, pioggia, freddo, sudore.
Poi ogni tanto mi capita di conoscere persone che si allenano, corrono anche tutti i giorni, ma alla domanda – che a me sembra ovvia – “che gara stai preparando”, mi rispondono “noooo, io non gareggio!”
E allora mi sembra ogni volta di entrare a tentoni nella terra dell’ignoto, in cui mi sforzo di andare oltre il mio orizzonte alla ricerca di nuovi sensi diversi dal mio: in quale altro scopo si può trovare la motivazione, la voglia di riallacciarsi le scarpe e affrontare la strada, e rifarlo domani, dopodomani e per altri infiniti domani?
Forse è nello scambio di idee con questi runner “non competitivi” che si riesce davvero a toccare con mano la forza dirompente con cui la corsa può entrarti dentro.
Se inizi, non riesci più a smettere. Diventa una dipendenza positiva che è una fetta della tua vita: se ci rinunciassi sarebbe come tagliare fuori dalle tue giornate l’amico di sempre, la persona più inseparabile che sa tutto di te e ti ha visto ridere, piangere, cadere, ricominciare daccapo.
Se il calendario gare non è una dimensione che ti appartiene – o che non ti appartiene “più”, nel caso di quelli che correvano forte e hanno deciso di ritirarsi dalle gare perché non riescono più a tenere “i tempi di una volta” – allora significa che è possibile correre anche “solo” per sentirsi bene, per trovare un equilibrio, per guarire, cercare soluzioni, ritrovare la pace con se stessi e avere più pazienza col resto del mondo. O magari per conoscere persone. O per non conoscerne affatto, ritagliandosi la propria ora di silenzio nel caos della giornata.
E tu, perché corri? Dove trovi la tua motivazione? Raccontacelo!!
Il prossimo 18 ottobre partirai tra i competitivi dell’half o della maratona, o cercherai la tua dimensione nel passo libero e nello spirito non agonistico della Sea Run?





Il Palazzo Mannajuolo è un palazzo di Napoli ubicato in via Filangieri, nel quartiere Chiaia, e rappresenta uno dei più riusciti esempi di architettura liberty della città.
Il Museo d’arte contemporanea Donnaregina (Madre) è ubicato nello storico Palazzo Donnaregina, in via Luigi Settembrini a Napoli.













Castel Sant’Elmo è un castello medievale, adibito a museo, sito sulla collina del Vomero nei pressi di San Martino a Napoli. Un tempo era denominato Paturcium e sorge nel luogo dove vi era, a partire dal X secolo, una chiesa dedicata a Sant’Erasmo (da cui Eramo, Ermo e poi Elmo). Questo possente edificio (il primo castello per estensione della città), in parte ricavato dalla viva roccia (tufo giallo napoletano), trae origine da una torre d’osservazione normanna chiamata Belforte. Per la sua importanza strategica, il castello è sempre stato un possedimento molto ambito: dalla sua posizione (250 m s.l.m.) si può osservare tutta la città, il golfo, e le strade che dalle alture circostanti conducono alla città.