L’infinità di magliette da corsa impilate nel mio cassetto è un mondo con un suo senso e una sua logica. Di ognuna saprei raccontare la storia, la gara da cui è arrivata, e la fase della mia vita in cui quella gara si collocava.
Tra le mille sfumature di gialli, fucsia e arancioni più o meno sbiaditi dal tempo, c’è un verde su cui spicca una scritta che seppur nera, spacca con la sua irruenza: FINISHER.
Era il 7 aprile 2013, Parigi si risvegliava sotto un sole freddo ma benvenuto dopo le nuvole e il vento incessante del giorno prima.
E io ero lì, nella beata incoscienza del non sapere cosa mi aspettava, mani fredde dentro le maniche lunghe di un maglione da buttare via allo start, pensieri intiepiditi dalle chiacchiere con i due amici di corsa che mi avevano portato fin lì, e dal calore di centinaia di compagni di griglia.
La mia prima maratona.
Chiusa in quattro ore e trenta di Trek and run, cioè alternanza a sensazione tra corsa e cammino, perché secondo il mio coach ero ancora troppo giovane per affrontarla di sola corsa.
Di quell’arrivo ricordo come se fosse ieri la leggera pendenza verso l’Arco di Trionfo – ovviamente fatta tutta a mille, altro che cammino – e poco dopo uno dei miei compagni d’avventura che mi chiedeva gentilmente di slacciargli le scarpe, visto che lui non riusciva a piegare la schiena.
Io ne ero uscita sana e salva, in un frullato di pensieri che sfumavano dal “non ci posso credere che l’ho fatta” al “bellissimo, ma per ora va bene così”.
Infatti ci sono voluti dodici anni e l’incitamento contagioso di mio marito per convincermi – dopo tante 10km e due stop per gravidanze – a rimettermi in gioco, farcire gli allenamenti di nuovi chilometri e iscrivermi di nuovo ad una maratona.
E negli ultimi due anni sono arrivata a quota tre, perché poi ci ho preso gusto.
La maratona è qualcosa di grande, potente, indimenticabile: è un viaggio che inizia nel momento in cui decidi di affrontare lunghi e lunghissimi con qualsiasi meteo, gel ingurgitati con la quasi certezza di dover gestire la pancia in subbuglio, insieme ai pensieri sempre altalenanti tra euforia e paura di non farcela, sballo davanti a quel 36 sul display del Garmin e terrore di sbattere contro quel famigerato muro il giorno della gara.
Senza nulla togliere alle 10 e alle 21km – perché ogni fatica, costanza e determinazione meritano sempre stima e rispetto -, ogni maratona è qualcosa che ti lascia ogni volta un tatuaggio diverso.
Il 18 ottobre ci incontreremo tutti lì, nel cuore pulsante della città, ognuno col suo bagaglio di chilometri nelle gambe, aspettative, timori ed emozioni.
Per qualcuno sarà la prima volta nella vita, per altri sarà un tempo da migliorare, una persona a cui dedicarlo, una nuova medaglia a cui fare spazio sulla parete, una nuova sfida che ancora una volta ci cambierà.
Buona Neapolis Marathon a tutti noi!





Il Palazzo Mannajuolo è un palazzo di Napoli ubicato in via Filangieri, nel quartiere Chiaia, e rappresenta uno dei più riusciti esempi di architettura liberty della città.
Il Museo d’arte contemporanea Donnaregina (Madre) è ubicato nello storico Palazzo Donnaregina, in via Luigi Settembrini a Napoli.













Castel Sant’Elmo è un castello medievale, adibito a museo, sito sulla collina del Vomero nei pressi di San Martino a Napoli. Un tempo era denominato Paturcium e sorge nel luogo dove vi era, a partire dal X secolo, una chiesa dedicata a Sant’Erasmo (da cui Eramo, Ermo e poi Elmo). Questo possente edificio (il primo castello per estensione della città), in parte ricavato dalla viva roccia (tufo giallo napoletano), trae origine da una torre d’osservazione normanna chiamata Belforte. Per la sua importanza strategica, il castello è sempre stato un possedimento molto ambito: dalla sua posizione (250 m s.l.m.) si può osservare tutta la città, il golfo, e le strade che dalle alture circostanti conducono alla città.