Oggi dal mio cassetto del runner ho deciso di tirare fuori un ricordo lontano nel tempo, ma per nulla sbiadito. Perché se ci penso, mi sembra di tornare dentro quei giorni.
Una canotta rossa, con i profili bordati di grigio.
La mia prima gara.
E mentre lo scrivo, mi sembra di sentire di nuovo le bolle di sapone nello stomaco.
Settembre 2011.
Dire che era nata per gioco sembra un cliché, ma fu esattamente così: nell’incoscienza gioiosa dei trent’anni, avevo deciso di accettare una sfida. “Se ti alleno per un mese, te la senti di provare una gara”?
Il mio sì era arrivato senza neanche pensarci, senza sapere cosa fosse una gara a tappe – cioè non una “semplice” 10km, ma una gara di ben tre giorni consecutivi -, senza avere la più pallida idea di passi al km, frequenza cardiaca, integrazione, niente di niente.
Una specie di tuffo ad occhi chiusi, ma proprio per questo tremendamente attraente.
Comprai un Garmin modello età della pietra – monitor rettangolare e interfaccia da giorni di studio – ma non pensavo valesse la pena investire anche in abbigliamento tecnico – questo sconosciuto -, a parte giusto un paio di scarpe. E fu per questo che mi venne regalata la canotta rossa: “mettiti questa, che farà caldo”.
Quei tre giorni di settembre furono un fiume in piena di scoperte, adrenalina, emozioni.
Il mio primo pettorale appuntato con le spille da balia.
Lo sparo di start, e iniziare senza sapere che quello sarebbe stato l’inizio di tutto.
La fatica che colava negli occhi e si accumulava nelle gambe, la gioia – mai vissuta prima – di passare sotto un arco di arrivo, la sensazione di essere a un passo dal vomitare al settimo km della terza tappa, la voglia di andare avanti dentro il vortice di gente che correva senza un perché.
Poi col tempo li ho tirati fuori, tutti quei “perché”. E la corsa è diventata prima riscatto, ricominciare a volermi bene e a credere in me. E poi si è evoluta in libertà, gioia di vivere, condivisione, voglia di alzare sempre un po’ l’asticella e provare a superarla.
Ho corso decine di altre gare.
Ma la canotta rossa non l’ho più messa, perché è il mio tesoro sul fondo del cassetto, ne sono gelosa e non voglio che si rovini.
E tu? Cosa ricordi della tua prima gara?





Il Palazzo Mannajuolo è un palazzo di Napoli ubicato in via Filangieri, nel quartiere Chiaia, e rappresenta uno dei più riusciti esempi di architettura liberty della città.
Il Museo d’arte contemporanea Donnaregina (Madre) è ubicato nello storico Palazzo Donnaregina, in via Luigi Settembrini a Napoli.













Castel Sant’Elmo è un castello medievale, adibito a museo, sito sulla collina del Vomero nei pressi di San Martino a Napoli. Un tempo era denominato Paturcium e sorge nel luogo dove vi era, a partire dal X secolo, una chiesa dedicata a Sant’Erasmo (da cui Eramo, Ermo e poi Elmo). Questo possente edificio (il primo castello per estensione della città), in parte ricavato dalla viva roccia (tufo giallo napoletano), trae origine da una torre d’osservazione normanna chiamata Belforte. Per la sua importanza strategica, il castello è sempre stato un possedimento molto ambito: dalla sua posizione (250 m s.l.m.) si può osservare tutta la città, il golfo, e le strade che dalle alture circostanti conducono alla città.