C’è un posto che ci accomuna tutti, a cui nessuno di noi potrebbe rinunciare, perché – subito dopo la strada – è l’unico che ci restituisce la nostra vera identità.
È il cassetto del runner.
Nato come un angolino di pochi centimetri quadrati, ritagliati tra i pigiami e i calzini per l’ufficio, ha conquistato terreno nel corso degli anni: una maglia dopo l’altra, si è dilatato fino ad escludere qualsiasi altra cosa che appartenga alla “vita normale”.
È il luogo dove il colore regna sovrano, dalle mille sfumature di gialli arancioni e verdi fluorescenti, vietato l’ingresso a tutto ciò che è grigio e triste.
E guai se qualcuno ci butta lo sguardo e osa dirti che è in disordine. Tutto è assolutamente ordinato: maglie e canotte impilate per stagione, calzini che sembrano tutti uguali ma in realtà sono “per tutti i giorni” o “per il lungo”, pantaloncini di ogni lunghezza, cappellino per la pioggia, e ogni altro genere di accessorio che guai a definirlo “inutile”.
Il cassetto del runner è il posto che vorremmo mostrare a tutti, ma anche quello di cui siamo più gelosi. È l’angolo dell’armadio più prezioso. Perché sotto lo strato delle poche magliette che veramente utilizziamo, c’è il sottobosco dei ricordi, degli oggetti che rendono tangibili emozioni e immagini anche a distanza di anni: il primo completino taglia XXS della prima gara di società, la maglia “finisher” della prima maratona, le maglie della mezza che hai fatto per tre anni consecutivi migliorando ogni volta di quella manciata di secondi sufficiente a farti sentire divino.
E ancora più in fondo, scavando un po’, un paio di pettorali sgualciti e sbiaditi dal sudore sedimentato negli anni, su cui dietro avevi segnato a penna il tempo di arrivo.
E non importa se corri sempre con le stesse cinque maglie che ruotano in base alla stagione. E non importa se il cassetto sembra esplodere ogni volta che, di ritorno da un nuovo arco di arrivo, cerchi di farci entrare l’ennesima maglia appena trovata nel pacco gara. Al solo pensiero di dover dare via qualche maglietta ti prende il magone.
E allora la soluzione: quasi quasi lo allarghiamo…stringiamo un po’ i pigiami con le mutande che chissenefrega, ed ecco qui spazio nuovo per nuovi obiettivi, nuovi sogni, nuovi piccoli successi personali da conquistare con quella fatica bella, che sa di sudore e di gambe di piombo alla partenza ma che poi miracolosamente si sciolgono e iniziano a girare.
Il cassetto del runner sarà questo: il posto in cui ritrovarci, sorridere delle nostre piccole manie, rivivere esperienze, ma soprattutto non smettere mai di sognare, progettare e sentirci fortunati – al di là del tempo e del cronometro – per il solo fatto di riuscire a correre e di sentirci vivi!



Il Palazzo Mannajuolo è un palazzo di Napoli ubicato in via Filangieri, nel quartiere Chiaia, e rappresenta uno dei più riusciti esempi di architettura liberty della città.
Il Museo d’arte contemporanea Donnaregina (Madre) è ubicato nello storico Palazzo Donnaregina, in via Luigi Settembrini a Napoli.













Castel Sant’Elmo è un castello medievale, adibito a museo, sito sulla collina del Vomero nei pressi di San Martino a Napoli. Un tempo era denominato Paturcium e sorge nel luogo dove vi era, a partire dal X secolo, una chiesa dedicata a Sant’Erasmo (da cui Eramo, Ermo e poi Elmo). Questo possente edificio (il primo castello per estensione della città), in parte ricavato dalla viva roccia (tufo giallo napoletano), trae origine da una torre d’osservazione normanna chiamata Belforte. Per la sua importanza strategica, il castello è sempre stato un possedimento molto ambito: dalla sua posizione (250 m s.l.m.) si può osservare tutta la città, il golfo, e le strade che dalle alture circostanti conducono alla città.